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II

“Fuga dal dirigibile”

 
Andrew crollò contro i sedili del dirigibile, drenato d’ogni energia. Non poteva credere alle sue orecchie.

‹‹Non posso credere di aver perso.››

Gianni sedeva immobile, con spalle curve, braccia conserte e gli occhi coperti dai ciuffi biondi. L’altro guardò bene.

Per scoprire che stava sogghignando.

‹‹Non abbiamo perso.››

Andrew inarcò le sopracciglia e vide nei suoi occhi uno strano scintillio, lo stesso che una volta aveva visto in una volpe.

‹‹Cosa penseresti di fare?›› brontolò, ‹‹Siamo controllati a vista. Quel maledetto maggiordomo è passato dalla parte del diavolo.››

‹‹Non lo si può corrompere?››

‹‹Dubito.››

‹‹No, infatti. Attirerebbe soltanto l’attenzione sulle nostre intenzioni.››

‹‹E quali sarebbero le nostre intenzioni?››

Gianni si piegò in avanti, con fare aggressivo e cospiratore.

‹‹Scappare.››

Di punto in bianco, Andrew si sentì sveglio. Specchiò la sua mossa e abbassò la voce.

‹‹Hai un piano? Uno vero?››

‹‹Mi è venuto in mente quando il cameriere ha riposto il telefono a video. Hai notato vicino a cosa è passato?››

L’inglese scrutò il soffitto, facendo mente locale.

‹‹L’uscita di emergenza.››

‹‹Già. E cosa c’è dopo quella porta?››

Un’altra pausa. ‹‹Beh, c’è una scaletta. Una scaletta che porta a…›› fissò l’amico, senza nascondere un sorriso. ‹‹Ma certo! All’aeroplano!››

Una scarica di eccitazione li attraversò da parte a parte. Poi però, esaurita l’euforia della scoperta, venne a galla un problema. Tipico.

‹‹Sì, ma come ci arriviamo? Non possiamo mica aprire la porta, scendere e partire. Finiremo legati.››

‹‹Senti, Drew. Ordini o no, c’è un posto dove i maggiordomi non ci seguiranno mai›› l’altro corrugò la fronte. ‹‹Il bagno. Conoscono i limiti, e anche che, se torneremo nelle grazie dei nostri genitori, gliela faremo pagare cara già per il resto. E poi, di solito i bagni sono innocui.››

‹‹Perché, questo non lo è?››

L’italiano scosse la testa, mentre i suoi occhi bruciavano come quelli di Amphisphena.

‹‹Olivier mi ha detto in gran segreto che, il mese scorso, ha fatto qualche piccola interessante modifica. Credo che sentisse inconsciamente puzza di rogne. Diavolo, coi genitori che si ritrova! Ora c’è una botola segreta, sul dirigibile. Una botola che ci condurrà direttamente all’esterno, vicino alla scaletta di emergenza. E di lì…››

‹‹All’aeroplano.››

‹‹Esatto.››

‹‹Com’è che non l’ha detto anche a me?››

‹‹Ah… avrei dovuto farlo io›› sorrise Gianni, grattandosi la nuca.

‹‹…adesso è chiaro.››

Sorseggiarono il caffè, ultimo atto di una colazione che non avrebbero dimenticato facilmente. Andrew parve trovare un ultimo intoppo.

‹‹Toglimi una curiosità. Hai pensato a come entrare entrambi in bagno senza destare sospetti? Anche se ci andiamo in tempi diversi, noteranno.››

Gianni cadde dalle nuvole.

‹‹E’ vero.››

‹‹Io dico di fingere un malore.››

‹‹Che tipo di malore?››

‹‹Ricordi i croissant che ci hanno propinato stamattina?››

‹‹Come dimenticarli. Dirò due paroline ad Olivier, appena lo rivediamo.››

‹‹Non lo farai, invece, perché ci ha dato la scusa perfetta per star male e correre in bagno a vomitare.››

‹‹Wow. Certo che ci fa dei favori inimitabili.››

‹‹Piantala. Il sarcasmo lascialo a me.››

‹‹Permaloso›› rimbeccò l’altro, sottovoce.

Fissarono l’orologio di bordo, che segnava le undici e un minuto. Erano in viaggio da quasi sei ore. Ormai la Manica non doveva essere lontana. Certezza di questo arrivò col continuo chiacchiericcio del secondo pilota, che indicava animatamente le Fiandre.

‹‹Bene›› mormorò Andrew, incrociando lo sguardo di Gianni. ‹‹Da qui, con l’aereo ci metteremo molto meno di quanto abbiamo fatto col dirigibile. Arriveremo comodamente prima del tramonto.››

‹‹Andiamo.››

E, trattenendo il fiato per sbiancare, caracollarono verso la toilette, le mani premute sulla bocca.

‹‹Che succede, signorini?!›› esclamò il maggiordomo. Gli sbatterono la porta in faccia. ‹‹Signorini! Signorini!››

Andrew chiuse la porta a chiave, mentre Gianni dava prova di grande talento imitando alla perfezione il rumore di uno che rivede la propria colazione.

‹‹Quelle brioches!›› gemette, sperando di non scoppiare a ridere. ‹‹Ah, lo sapevo che erano andate a male! Aah!››

‹‹Mio Dio›› boccheggiò il maggiordomo, ‹‹mio Dio! Tenete duro, corro a prendere le aspirine!››

‹‹O magari un digestivo?›› commentò Gianni, rialzandosi, quando lo sentirono allontanarsi. ‹‹Un giorno o l’altro quell’uomo sarà la nostra morte, giuro.››

Andrew, che aveva cercato dappertutto, gli rivolse un’occhiata severa. Si stava piuttosto stretti lì dentro, perché il cubicolo era stato progettato – a ragione, direi – per ospitare una persona alla volta.

‹‹Allora? Dov’è quella maledetta botola?››

‹‹Solo un momento.››

L’italiano si accucciò e prese a tastare il pavimento, disegnando i più strani percorsi con le dita. Andrew pestò il piede.

‹‹Possibilmente prima che soffochiamo in questo buco!››

‹‹Hey, calmati›› rispose Gianni, guardando su. ‹‹Nemmeno io mi sto divertendo. Ah, eccola!››

Sollevarono un pannello, scoprendo un quadrato di cielo.

Gianni deglutì.

‹‹Non mi aveva detto che era così.››

‹‹Come pensavi che fosse? Guardiamo se ci sono delle funi di sicurezza›› suggerì Andrew, piegandosi e sbirciando di sotto. L’amico rifiutò di guardare. ‹‹Accidenti, non ce ne sono.››

‹‹Quello svampito di Vier avrà dimenticato di finire il lavoro.››

‹‹Aspetta. Ho visto… sì, scanalature!››

‹‹Oh, beh, è fantastico›› rispose l’italiano, sedendosi in un angolo. ‹‹Sì, vai giù senza guanti e funi di sicurezza. Io aspetterò qui, per dare l’allarme e riferire ai tuoi genitori come sfortunatamente sei precipitato sul tuo piatto sedere nella terra delle Fiandre.››

Era sul punto di aggiungere “Proprio la terra che ha prodotto e produce i tuoi pannolini”, quando l’altro lo tirò verso l’apertura, facendogli emettere un grido.

‹‹Ascolta, playboy. Se ci tieni ad una futura, lunga, libera vita sentimentale, ebbene, allora dovrai seguirmi. O forse hai scordato chi aspetta in Inghilterra il mio perfetto fondoschiena, e il tuo?››

Gianni parve in preda ad una crisi profonda. A cosa teneva di più? Alla vita, o alla libertà? Era un quesito filosofico. Provate voi a risolverlo in trenta secondi!

‹‹Non abbiamo le funi›› proseguì Andrew. ‹‹Ma possiamo aiutarci a vicenda

‹‹Ok. E’ la prova: sei fuori di testa.››

‹‹Non riesco a vedere il problema.››

L’italiano sputò una risata nervosa, non del tutto sicuro se si parlava seriamente.

‹‹Non riesci? Non riesci a vedere il problema? Cavoli, Andrew! Da quando siamo campioni di freeclimbing?!››

‹‹A dire la verità, l’anno scorso ho conseguito il secondo posto nazionale. Avanti. Abbi un minimo di fiducia. Con l’aiuto delle scanalature arriveremo alla scaletta dell’aereo, che è più sicura. Basterà che tu…››

‹‹Signorini! Signorini, come state? Per l’amor del cielo›› gridò la voce del maggiordomo.

Entrambi sobbalzarono. Accidenti, si erano dimenticati di quello scocciatore. Gianni tornò ai suoi gemiti, cosa che, visto e considerato l’immediato futuro, non gli riuscì troppo difficile.

‹‹Non ti preoccupare›› rispose Andrew, con voce soffocata. Era sul ciglio della botola e più che cercare di guadagnar tempo, cercava di guadagnar coraggio. Inspira. Espira. ‹‹Ora non possiamo uscire… c’è… c’è sporco dappertutto e…›› ed era la prima volta che gli mancava il fiato.

‹‹Siamo ancora nel pieno della battaglia‹‹ finì Gianni per lui, strozzato. Aveva capito cosa intendeva fare.

E’ una pazzia! Pensò, abbrancando il braccio dell’amico. ‹‹Vuoi davvero ammazzarti?!››

Fuori, il maggiordomo supplicava ancora. Andrew non rispose. Guardò la botola, poi Gianni.

Sotto c’era l’uniforme, azzurra distesa della Manica.

‹‹Io non perdo. Mai.››

Quindi prese l’altro braccio di Gianni e saltò.

Raccontandolo anni dopo, l’italiano avrebbe affermato d’esser sopravvissuto a quattro infarti simultanei. Il peso dell’amico lo tirò giù di colpo e, allo shock di vederlo penzolare nel vuoto, si aggiunse il terrore di non poter trattenere entrambi.

Fortunatamente, grazie ai riflessi in cui Andrew aveva riposto la propria fiducia, riuscì ad incastrarsi fra la porta e la tazza del gabinetto, senza perdere le braccia nel processo.

Lo strattone gli strappò comunque un grido di dolore.

‹‹Che succede?!›› esclamò il maggiordomo, cominciando a picchiare contro la porta. ‹‹Signorini, venite a stendervi! Non fa bene alla vostra salute…›› Gianni gridò ancora. ‹‹Signorino!››

‹‹Ignoralo›› ordinò Andrew, mentre la sua fronte scintillava di sudore. Gianni strinse i denti. ‹‹Ora… calami giù.››

Così, pian piano, cominciò a scendere. Un vento gelido lo colpì in piena faccia, togliendogli il fiato. Ma, presto, vedeva la scaletta di metallo e l’aeroplano di Olivier. Era magnifico; un gioiellino a due posti, con ali rosso amaranto. Un gioiello molto vicino. Trovò una delle scanalature, e un’altra ancora. Ognuna conteneva una piccola ma forte maniglia, ancorata saldamente al dirigibile. Cercò di sollevare il piede fino ad una di esse. Fallì.

E prese ad oscillare.

‹‹Andrew›› soffiò Gianni. ‹‹Credo di avere una spalla lussata!››

‹‹Ce l’ho fatta!››

I piedi dell’inglese s’infilarono nelle maniglie, offrendo un valido punto di appiglio. Egli guardò in su e vide il dolore dipinto sui lineamenti dell’amico.

‹‹Qual è la spalla?››

‹‹La sinistra.››

‹‹Bene›› e lasciò la sua mano sinistra.

‹‹Andrew!››

‹‹Stai tranquillo, sono aggrappato.››

‹‹Andrew, stanno per sfondare la porta!››

Infatti si udivano colpi molto insistenti, accompagnati da grida e imprecazioni.

‹‹Mi sento un fuggiasco›› commentò Gianni, cercando di sdrammatizzare.

‹‹Siamo fuggiaschi›› esclamò l’altro. ‹‹Ci sono!››

Aveva guadagnato la scaletta, una robusta appendice d’acciaio, inscindibile dal mezzo. Intrecciò le gambe ai pioli e vi salì del tutto, tirandosi dietro l’amico.

Quando si sentì scivolare oltre la botola, Gianni lanciò un grido che avrebbe potuto risvegliare i morti. Davvero utile, visto che sarebbe morto. Sarebbe morto odiando Olivier, però, che in un giorno lo aveva intenzionalmente costretto ad affrontare due volte la sua peggiore paura: le vertigini.

Ma la presa di Andrew era salda e lo sbatté contro la scala.

‹‹Aggrappati!››

Non c’era bisogno di ripeterlo. Il ragazzo s’incollò al metallo con la forza di un koala.

Raggiungere l’aeroplano da quel punto fu facile. Gianni affrontò l’operazione ad occhi chiusi – uno sguardo di sotto, e sarebbe caduto di sotto davvero. Solo quando fu in salvo nel vano del secondo pilota si concesse un respiro di sollievo.

In quel momento di pace un ruggito li fece sobbalzare.

‹‹Signorini! Tornate subito indietro!›› intimò il famigerato maggiordomo, ficcando il pugno fuori da una finestrella.

‹‹Ci ha scoperti.››

‹‹Che importa? Ormai ce l’abbiamo fatta›› affermò Andrew.

Con fare esperto alzò una leva, pigiò un bottone, controllò quota e carburante, premette l’interruttore principale.

Le eliche presero vita, accelerando in rotazione mentre il motore rombava.

‹‹Niente male›› commentò Gianni, redivivo.

‹‹Già. Un altro motivo per ringraziare Olivier.››

‹‹Uh oh, stanno aprendo l’uscita che dà sulla scala!››

‹‹Troppo tardi!›› esclamò l’amico, pigiando una tavoletta di colori lampeggianti.

Il contatto elettrico aprì i ganci che trattenevano l’aereo. E precipitarono vertiginosamente, tra le urla euforiche di Andrew.

Fu un salto mozzafiato nel vuoto, una montagna russa a briglia sciolta. Il vento entrò loro nei capelli, nei vestiti, gelandoli ma galvanizzandoli fino alle ossa. Quella era la vera sensazione di volare.

Poi Andrew tirò vigorosamente il volante verso di sé e l’aereo prese quota, rombando di piacere. Trattenendo la fascia in fronte si voltò a guardare il dirigibile, ancora sulla rotta di Londra. Virò di centottanta gradi.

La loro meta era Parigi.

‹‹Quelli sono delle lumache›› sghignazzò, godendosi la vista. ‹‹Non ci riprenderanno mai. Vorrei proprio vedere le facce dei nostri genitori quando lo sapranno.››

Non ottenne risposta. Sbirciò dietro.

Gianni era nientemeno che svenuto.

‹‹E poi si fa chiamare il Gladiatore›› brontolò. ‹‹Fortuna che so pilotare senza aiuto.››

Quella mattina un aeroplano rosso tagliò il cielo di Francia, facendo levare le teste dei contadini.

 

Più o meno a quell’ora, in Germania aveva luogo una discussione che non ci suona del tutto nuova.

‹‹Devo sposarmi?››

‹‹Si, figlio mio.››

‹‹Credevo avessimo deciso di affrontare questo discorso al mio ventunesimo compleanno.››

‹‹I tempi sono maturi, e l’ora propizia è arrivata›› rispose il signor Iurgens, un distinto uomo di mezz’età, alto, ancora snello e con capelli e baffetti grigi. ‹‹Fallo per noi, Ralf. Vogliamo soltanto il tuo bene.››

‹‹Desideriamo soltanto vedere il nostro unico figlio sistemato›› soggiunse la donna che gli sedeva accanto. ‹‹Prima di morire.››

Il figlio posò su di lei uno sguardo di profondo affetto. Era minuta, consumata dalla malattia e dalle numerose gravidanze che avevano dato, come unico frutto, lui. Per lei avrebbe fatto qualunque cosa - sarebbe andato incontro alla morte senza paura. Un matrimonio, quindi, se glielo chiedeva sua madre, diventava la cosa più semplice del mondo.

Ralf non era un sentimentale. Aveva sentito parlare dell’amore, ma credeva nel matrimonio d’interesse. E poi, che gliene importava della passione? Una cosa del genere toglieva stabilità ad una relazione, invece di donargliene.

Guardò i suoi genitori ed annuì.

‹‹Lo farò. Tuttavia, non saprei proprio chi sposare.››

‹‹Per questo ci siamo presi la libertà di scegliere per te›› rispose suo padre. ‹‹Tenendo scrupolosamente conto dei tuoi gusti. Una signorina di ottima famiglia, bella, ricca e dotata di tutte quelle qualità che fanno di una donna la moglie perfetta. Speravamo che tu la conoscessi ieri sera alla festa dell’erede Boringer, ma siamo stati informati che non ha potuto partecipare a causa di un malessere.››

Ralf annuì ancora.

‹‹Dunque sei d’accordo?›› chiese sua madre, ansiosa. ‹‹Non sei arrabbiato con noi?››

‹‹Affatto›› rispose lui, sorridendo. ‹‹Sono anzi impaziente di conoscere questa signorina, che, conoscendo il vostro gusto, madre, sarà incantevole.››

La donna lo abbracciò debolmente, piangendo. Il signor Iurgens invece non pronunciò parola, ma gonfiò il petto e Ralf si sentì lusingato dall’orgoglio paterno che trapelava dalla sua postura.

L’annuncio venne dunque preso in Germania con la massima calma.

Mentre entrava nelle sue stanze per riposare, il ragazzo si sfilò la giacca, preparandosi ad un lungo sonno.

Dunque era questo il motivo del richiamo in patria.

Era sereno. Per lui non era un affronto, una limitazione della libertà – come invece sapeva che l’avrebbero presa Gianni, Andrew ed Olivier. La sua educazione e il suo carattere erano molto differenti. Anche se poteva sembrare aggressivo quando giocava a beyblade, un buon osservatore avrebbe potuto notare che sotto l’apparenza giaceva sempre un fondo di calma tranquillità. Era nato riflessivo, composto - non acido come Andrew né esuberante come Gianni.

Inoltre, anni di vita in famiglia gli avevano fatto sviluppare un profondo rispetto per i suoi genitori. Pochissime cose avrebbero potuto spingerlo ad andare contro il loro parere.

Il matrimonio non rientrava nella categoria.

Posò le scarpe nel salottino ed entrò in camera, deciso a riprendersi dalla strana festa di Olivier. Poi gli venne in mente una cosa e rifece i propri passi, pigiando un bottone dell’interfono.

‹‹Desidera, signorino?››

‹‹Quando arriveranno i signori Boringer, Tornatore e McGregor, portateli subito di sopra.››

Era certo che presto o tardi avrebbe ricevuto la loro visita.

 

‹‹Non abbiamo abbastanza carburante da arrivare a Parigi›› annunciò Andrew, picchettando col dito sul cruscotto. ‹‹Un paio di chilometri e dovremo atterrare.››

Gianni implorò il cielo con gli occhi.

‹‹Tu sai atterrare, non è vero?››

‹‹Su una pista, sì›› pausa. ‹‹Vedi una pista?››

‹‹No›› gemette l’altro.

‹‹Allora dovremo arrangiarci.››

‹‹Odio sentir dire così.››

Mentre Andrew consultava una cartina e cercava di riconoscere qualche rilievo fra quelli che sorvolavano, l’italiano ciondolò, curiosando intorno. Solo allora notò una maniglia sul dorso dell’aeroplano. Dietro di lui c’era uno scomparto viveri.

Fantastico, pensò. Moriva giusto dalla voglia di fare uno spuntino.

Ma lo scomparto non conteneva cibarie. Conteneva benzina.

‹‹Hey›› esclamò, sollevando la tanica. ‹‹Guarda un po’ qui!››

Andrew alzò appena gli occhi dalla cartina, per poi abbassarli e rialzarli dilatati.

‹‹Dove l’hai trovata?!››

‹‹Qua dietro›› rispose l’altro, dando una pacca al velivolo. ‹‹Ora potremo arrivare fino a Parigi senza problemi!››

L’inglese gli prese di mano il contenitore, soppesandone il contenuto. Lo annusò, rigirò e controllò tre volte.

‹‹E’ proprio benzina›› disse, frase per cui ottenne da Gianni un’occhiata risentita. ‹‹Ma anche aggiungendola nel serbatoio, non so se ci farà arrivare fino a Parigi. Saranno giusto quattro o cinque litri, una pillola per i casi estremi.››

L’amico tornò a ciondolare contro lo schienale.

‹‹Andiamo bene.››

‹‹Ciononostante, è davvero una buona cosa. Con un pizzico di fortuna raggiungeremo le piste amatoriali disseminate intorno alla capitale. E questo è qualcosa.››

‹‹Oh, beh›› rispose Gianni, sentendosi un po’ meglio. ‹‹Hey, vedi di guidare quest’affare! Se moriamo, giuro che ti faccio causa!››

‹‹Sì, sì, certo.››

Ed eseguirono un’altra virata, poiché Andrew aveva riconosciuto una città e corretto il tiro. Il motore ruggì, potente. Il pilota invece rabbrividì, sentendo la mancanza dell’estate a livello terra; e poi c’era qualcosa che continuava a pungolarlo.

‹‹Tu guarda che avventura›› brontolò Gianni, dietro. ‹‹Chi l’avrebbe mai detto che, credendo di andare a una festa, sarei finito in giro per il mondo, fuggitivo, a calarmi giù dai dirigibili come un ragno e a parlare con te di carburanti, bloccato su un aeroplano?››

‹‹Gianni, rispondi a una domanda.››

‹‹Mh?››

‹‹Vedi l’apertura per il serbatoio?››

Il ragazzo si raddrizzò e guardò dappertutto, tastando i lati del velivolo. Normalmente il serbatoio era dalle parti del vano passeggero. Solo che lì non c’era.

La bocca del suo stomaco si chiuse.

Fissò davanti ad Andrew. Fissò davanti a sé. Poi invocò tutti i santi e aprì il vano viveri, speranzoso, anche se in un’altra situazione si sarebbe riso in faccia da solo.

‹‹No›› pigolò.

‹‹Guarda alla fine della coda.››

Il presentimento acuì. Si sporse con cautela, seguì le linee aerodinamiche e lo vide. Eccolo lì. Piccolo e insignificante, eppure nel punto più lontano.

‹‹Il bastardo›› imprecò, battendo un pugno sul corpo metallico dell’aereo. ‹‹Impossibile da raggiungere.››

Andrew si voltò, un po’ pallido.

‹‹Abbiamo bisogno di aggiungere quella benzina›› disse. ‹‹Guarda.››

Indicò la terra sotto di loro, piccola e fumosa. Stavano sorvolando una zona di campagna, che da quella distanza sembrava una coperta patchwork intervallata di ciminiere.

‹‹Nessuno di quei campi è abbastanza lungo. Andremmo a schiantarci contro una cascina o una fabbrica, e il nostro atterraggio finirebbe ancor prima di cominciare. L’unica soluzione è proseguire e cercare un luogo adatto.››

‹‹Abbassati.››

‹‹Cosa?! Sei impazzito, non è perm…››

‹‹Abbassati un poco!›› insistette Gianni.

L’amico eseguì a malincuore. I campi ingrandirono e gli alberi presero forma.

‹‹Vedi quella strada? Quella lunga e sottile, bloccata agli estremi per lavori?››

‹‹Sì›› fece Andrew, spazientito.

‹‹Potremmo usarla come pista. E’ anche troppo lunga.››

Andrew ponderò la questione.

‹‹Non è una cattiva idea, ma come la mettiamo coi lavori? Dove sono?››

‹‹Non li vedo›› ammise Gianni.

‹‹Potrebbero essere una spiacevole sorpresa quando fosse troppo tardi. E non dimentichiamo le conseguenze di un atterraggio non autorizzato; saremmo nelle grane se avvenisse in un aeroporto, figuriamoci in una strada provinciale!››

‹‹E allora, cosa facciamo?›› concluse l’altro, depresso.

La campagna rimpicciolì una seconda volta, mentre l’aereo riguadagnava quota.

‹‹C’è poco da inventare. Dobbiamo aggiungere quella benzina.››

Il sole batteva con insistenza, scaldando un poco l’aria. Gianni si passò una mano sulla faccia, ma a dispetto di quel calore era livido.

‹‹Dovrò farlo io.››

‹‹Non ho detto questo›› disse subito l’inglese, allarmato dal suo colore. ‹‹Andrò io. Il vano pilota è più largo. Potrai scivolare accanto a me, e io verrò al tuo posto, proseguendo per la coda. Non soffro di vertigini: per me sarà più facile.››

Gianni scosse perentoriamente la testa.

‹‹No. No, è troppo rischioso. Io non so guidare un aereo, Andrew. Guarda, ho trovato questa fune nello scomparto; me la legherò saldamente in vita, legando l’altro capo qui, a questo gancio di sicurezza. Così se scivolerò potrai tirarmi su.››

‹‹Ma…››

‹‹Avanti! Dopotutto sono o no il Gladiatore?›› rise, passandosi la corda intorno.

Il suo sorriso scomparve non appena gli diede le spalle. Davanti a lui, lucido, si stendeva il dorso del velivolo.

Non era un aereo smisuratamente lungo, anzi, era piuttosto piccolo, ma lui avrebbe dovuto procedere con una mano occupata dalla tanica.

‹‹Mio Dio, questo devo raccontarlo ai miei nipotini, quando ne avrò.››

‹‹A chi lo dici.››

Deglutì, strinse l’ultimo nodo e partì in missione.

Probabilmente non era lui a fare tutto quello. Più probabilmente era invasato dal demonio e credeva di agire secondo la propria volontà, quando invece non era così.

Oh beh. In ogni caso doveva farlo.

Andrew seguì tutte le sue mosse, spaventato almeno quanto lui.

Gianni procedette con estrema cautela. Evitò di guardare giù finché non arrivò all’apertura del serbatoio. Era un rettangolino largo un palmo, e sadicamente posto nella parte ventrale dell’aeroplano. Si consumava così il momento più delicato.

Svitò il tappo della tanica, ancorato all’aereo con le gambe.

Andrew volò con la massima attenzione, cercando di contenere gli sballottamenti.

‹‹Gianni… Gianni, sbrigati›› avvertì, alzando la voce. ‹‹Sta salendo vento.››

E vento infatti saliva, ma era molto più somigliante ad una burrasca che ad una semplice corrente ascensionale. Il serbatoio aveva ingollato solo due terzi del carburante della tanica quando il velivolo diede la prima, vera sgroppata. Gianni sentì le proprie viscere fare una capriola.

Non emise suono. Il movimento era stato troppo fulmineo.

‹‹Sbrigati!›› insistette Andrew, adocchiando una zona scura all’orizzonte.

E così, Parigi era sotto i ferri del maltempo. Brutta, bruttissima cosa.

Abbassò l’aereo, sperando di evitare ulteriori sbandate. Ormai, però, la tromba d’aria era vicina.

‹‹Sto cercando di sbrigarmi! Se inclino troppo la tanica, va tutto di fuori!››

L’aereo sgroppò ancora.

Stavolta Gianni si sentì scivolare e gridò.

‹‹Santo Dio, tieniti!››

‹‹Ci sto provando!›› rispose, strozzato. Che non venissero mai più a vantarsi con lui di prodezze sui videogiochi. Li avrebbe presi a pugni!

Finalmente la tanica fu vuota. La lasciò cadere, lavandosene le mani, che usò prontamente per assicurarsi un appiglio. Chiuse l’apertura e si ritrasse. Aveva appena riguadagnato la sella che il vento divenne intensissimo.

Ci furono due forti scrolloni, poi un altro, in cui qualcosa lo colpì alla tempia. Se la tromba d’aria era tanto grande da sollevare pietre, allora erano nei guai. Per un attimo infinito Andrew credette d’aver perso il controllo sul velivolo.

‹‹Gianni! Ci sei?››

‹‹Sì! Aah!›› il ragazzo gridò a pieni polmoni, poiché una lama di vento aveva sollevato il muso dell’aeroplano, facendolo scivolare fino agli alettoni. Andrew vide e imprecò.

‹‹Tieniti!››

Un nuovo sgroppo fece alzare Gianni dal dorso di almeno venti centimetri.

‹‹Noo!››

Per fortuna, le sue mani non cedettero e abbracciò con tutte le forze la coda del velivolo.

‹‹Adesso vengo a prenderti!››

‹‹Cosa?!››

‹‹Non ti muovere, vengo a…››

‹‹Resta dove sei, disgraziato! Devi pilotare questo maledetto catorcio, o ci schianteremo tutti e due!››

‹‹Ma…››

‹‹So badare a me stesso, per la miseria! Ora abbassa più che puoi quest’affare e vediamo se riusciamo ad evitare un po’ di questo vento!››

Andrew annuì, piegando il volante. Il motore perse giri e rallentò.

Come avevano sperato, sotto il vento era minore; ma ormai volavano radenti agli alberi. Era rischioso almeno tanto quanto prima. Gianni si fece forza, implorò le sue dita intirizzite di non tradirlo e, poi, fu nel vano passeggero. Sedette lì, in uno stupore inspiegabile.

Lui ed Andrew si fissarono. Quindi sorrisero, batterono cinque e lanciarono un ululato.

‹‹Wohoo!››

Sotto la pressione del pilota, l’aeroplano virò e cambiò rotta, allontanandosi dal maltempo.

‹‹Non possiamo proseguire per Parigi›› spiegò Andrew, porgendo una coperta al compagno intirizzito. ‹‹Anche se ora non sei più, là sopra, il vento potrebbe diventare tanto forte da farci sbandare e precipitare. Dobbiamo cercare più a sud. Tieni. Se hai ancora freddo, sotto il sedile ce n’è un’altra.››

E volarono via, esausti ma ottimisti, poiché già due volte la fortuna si era mostrata loro propizia.

 
 
 
(continua)
 
 

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