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Chissà come, chissà quando, avevano tutti tacitamente deciso di posticipare il confronto il più possibile. Passarono la giornata sollazzandosi. Poco prima dell’ora di pranzo i tre alpinisti tornarono e Laurie cucinò una fonduta che lasciò ciascuno con l’acquolina in bocca. Risero, scherzarono, dormirono, litigarono, dormirono ancora e si risvegliarono per svuotare un armadio di tutti i giochi di società che conteneva. Per l’ora in cui li esaurirono, Gianni aveva scovato una PlayStation2, sulla quale si fecero venir a turno gli occhi a palla.

Poi fu ora di cena.

Laurie credeva d’aver mano libera, ma scoprì di essere in errore perché Olivier e Gianni invasero la cucina, uno vantando le proprie incredibili capacità culinarie, l’altro sostenendo di esser l’unico in possesso di una ricetta segreta per le bruschette. Andrew seguì per nostalgia, sentimento che evaporò alquanto quando lo piazzarono ad affettare e imburrare il pane.

‹‹Credevo che sulle bruschette ci volesse l’olio?›› brontolò.

‹‹Non ce n’è›› rispose Gianni. ‹‹Ow. Olivier! La vuoi smettere di darmi spintoni?››

Il giovane cuoco - perché di questo titolo non ce la sentiamo dopotutto di privarlo – s’inalberò.

‹‹Io ho bisogno di spazio in cucina! Come faccio a creare le mie deliziose uova à la baveuse se mi state tutti addosso?››

‹‹Cosa?›› Gianni si mise una mano all’orecchio. ‹‹Creare? Cosa sei diventato, Dio?››

‹‹Qualcosa di molto simile, sì.››

Al che tutti gemettero, lamentandosi dell’ego dei francesi.

Ebbero anche il piacere di veder Andrew stuzzicato dall’amica d’infanzia, che, per punzecchiarlo, rivangò certi vecchi episodi per loro inediti e imperdibili. Gianni rise per dieci minuti di fila, piegato in due. Stava progressivamente perdendo la capacità di muoversi mentre Olivier si limitava a sorridere, scuotendo la testa e sbattendo le uova con un frustino.

Poi il loro animoso amico ne ebbe abbastanza e assalì Laurie, sottomettendola a colpi di solletico. Non aveva calcolato una cosa, però: anche lei aveva due mani. La zuffa si risolse in due figure che rotolavano sul parquet, dirette in salotto… dove parecchi soprammobili fecero una brutta fine.

‹‹Non ho mai visto Andrew così.››

‹‹Già›› fece Gianni, estraendo una teglia dal sottocucina. ‹‹Di solito, come dire… è rigido. Come se indossasse un busto. Non sorriderebbe neppure per un milione di dollari.››

‹‹Anche perché in banca ne ha un bel po’ di più.››

‹‹Anche.››

Stettero in silenzio. Dopo tutto il vissuto – scivoli segreti, fughe in aeroplano, clandestinità varie – e il casino compiuto, era bello star lì ad ascoltare lo sfrigolio del burro nella padella, il ticchettio regolare del timer sul forno… chiusi nel piccolo, sicuro ambiente di una cucina. Sapevano che si trattava soltanto di una pausa, di un’oasi nel deserto; ma non avevano smesso di sperare che, oltre le apparenti dune di sabbia, si nascondesse la foresta pluviale.

La risata vittoriosa di Laurie scosse la malga.

‹‹Sai una cosa?›› rifletté Gianni, tagliuzzando delle verdure. ‹‹Mi ricorda Charlotte.››

Olivier fece saltare in aria la frittata.

‹‹E chi è Charlotte?››

L’italiano scosse la testa, sorridendo.

Infine, tra risa e scherzi, anche la cena fu consumata. Quando i piatti furono lavati e la divisione delle camere decisa, tutti si ritrovarono con le mani in mano. Gli sguardi corsero al grande telefono a video, posto in un comodo studio attiguo.

Qualcuno tossì. Un altro si schiarì la gola.

‹‹Potremmo… guardare un po’ di televisione.››

Olivier, spazientito, s’alzò.

‹‹Sentite, se nessuno ha il coraggio di farlo, lo farò io.››

Nessuno spiccicò parola.

‹‹Sono abituato a trattar con gente fuori di testa, visto che sembra la tara dei patriarchi di famiglia.››

‹‹Che dici, Vier? I tuoi genitori sono ancora giovani.››

‹‹Era un modo di dire›› sospirò lui, cercando di scaricare la tensione con respiri regolari. ‹‹Non c’è ragione per procrastinare oltre quest’assurda situazione. Io voglio ritornare a casa mia. E immagino che per voi non sia differente.››

Gli amici dovettero concordare. Laurie se ne stette in disparte, sentendosi un’intrusa. In quel discorso lei non c’entrava proprio niente.

‹‹D’accordo›› disse Andrew. ‹‹Facciamo un breve schema su cui impostare il discorso e poi, chiamiamoli.››

Lui e Gianni, seduti sul divano, si abbassarono, mentre Olivier sedeva a gambe incrociate sul tappeto di lana. Confabularono con l’agitato timore che l’esaminando prova per l’esame, diviso tra il desiderio di togliersi il pensiero e quello di ritardare il più possibile col ripasso. Quindi composero i volti, marciarono nello studio e accesero tutto il complesso di tecnologici. Laurie diede una strizzatina al braccio di ciascuno, più forte ad Andrew, e poi li lasciò.

I tasti del telefono lampeggiarono, formando il numero di Villa McGregor, Londra.

Poi, il segnale di libero.

Trattennero il fiato.

A Londra qualcuno sollevò la cornetta. Sull’enorme schermo a cristalli liquidi apparve l’immagine dei tre ragazzi, seduti su un divanetto di velluto rosso.

‹‹Signorino?›› disse il maggiordomo, indeciso se credere o meno ai propri occhi. ‹‹Signorino, siete voi?››

Andrew trovò la domanda estremamente stupida, ma si limitò ad annuire. ‹‹Signorino… e signorini, le vostre illustri famiglie vi stanno cercando per tutta Europa.››

Digli di darsi da fare, allora, pensò Gianni, se questo è il meglio che sanno mettere insieme.

‹‹Vogliamo parlare con loro.››

L’uomo fece un inchino.

‹‹Sono desolatissimo, signorino, signorini, i vostri genitori non si trovano più qui.››

‹‹Cosa?›› fece Andrew.

‹‹Quattro giorni fa i signori Tornatore erano in quella casa›› aggiunse Gianni, mordendo le parole. ‹‹Dove sono ora?››

Un altro profondo inchino.

‹‹Signorino Gianni, i vostri genitori, ah, insieme ai vostri, signorino Andrew, sono partiti il giorno dopo. Mi hanno detto che si recavano in Francia.››

‹‹Devono essere a casa mia›› disse Olivier, le braccia conserte.

‹‹Trasferisci la chiamata.››

‹‹Ah, subito, signorino Andrew. I miei rispetti.››

E la figura baffuta del maggiordomo scomparve, sostituita da un intrico di linee grigie e fruscianti. I tre si scambiarono un’occhiata velocissima, carica di apprensione.

‹‹Si sono mossi in blocco stavolta›› osservò Gianni.

Andrew scurì in volto.

‹‹Non so voi ma, se ne usciamo vivi, personalmente credo che la mia famiglia dovrà guardarsi le spalle per un po’.››

‹‹Già›› concordò il primo, nero.

‹‹Sst. Eccoli.››

Il trasferimento era stato completato.

Anche all’altro capo si erano attruppati su un divano, con la differenza che ci stavano visibilmente stretti. La madre di Gianni arrivò di corsa, la gonna svolazzante. Ci fu qualche protesta, qualche spostamento ma, alla fine, tutto si fermò. Gli schieramenti si studiarono in silenzio.

Che il combattimento avesse inizio.

‹‹Mon petit chou›› miagolò la signora Boringer che, secondo etichetta, come padrona di casa aveva il diritto e il dovere di prender parola per prima. ‹‹Questa è una sorpresa. Ormai stavamo cominciando a perdere l’éspoir…››

‹‹Il vostro comportamento è stato inaudito!›› tuonò il signor Tornatore, facendo involontariamente sobbalzare il figlio.

‹‹Caro!›› esclamò sua moglie. ‹‹Che modi in casa altrui.››

‹‹…vi chiedo scusa.››

‹‹Bravo, chiedi scusa›› scimmiottò Gianni. Olivier gli pestò il piede con forza. ‹‹Ow!››

‹‹Che cos’hai detto, zuccherino?››

Andrew chiuse gli occhi, contando fino a dieci.

‹‹D’accordo, ora basta con le sciocchezze›› disse la perentoria voce di suo padre. Il ragazzo sorrise. Sapeva che sarebbero arrivati subito al sodo.

Il giovane McGregor rispettava suo padre. Aveva appreso da lui l’arte della parola - e anche l’arte dell’arrabbiarsi, se ne esiste poi una. E lo ammirava. Solo un uomo di grande polso avrebbe potuto farsi strada dove lui s’era fatto strada. E conoscendo il suo carattere, era convinto che l’idea del matrimonio collettivo avesse attratto più sua madre, donna volitiva e abituata, come il figlio, a ottenere ciò che chiedeva.

In ogni caso, fosse o meno stata idea di suo padre, ora combattevano su fronti diversi. Ed Andrew non aveva alcuna intenzione di perdere.

‹‹Avete giocato abbastanza. Abbiamo tollerato la vostra fuga dicendoci che erano gli ultimi grilli di gioventù, una cosa del momento. Ma un bel gioco dura poco. Tornate a casa e sposate le signorine von Fuchs, le quali, lo devo dire, hanno fin troppo indulgentemente perdonato il vostro atteggiamento.››

L’ala di genitori annuì in tandem.

‹‹Ma vedete, dal momento che ci confortiamo nel pensare che la nostra persona sarà sempre umilmente indispensabile al vostro fianco›› rispose Andrew, accennando con un gesto anche agli amici, ‹‹e che temiamo, al nostro prossimo ritorno, di non esser del tutto perdonati per il nostro insopportabile comportamento… ecco, noi vorremmo una piccola prova… una testimonianza della vostra benevolenza nei nostri confronti›› abbassò gli occhi. ‹‹Se lo ritenete opportuno.››

Le madri batterono le mani, prestando poca attenzione all’obbligazione nascosta nelle parole del ragazzo, e presero l’impegno prima che qualcuno potesse fermarle.

‹‹Certo che si può fare!››

‹‹Si farà!››

I tre non riuscirono del tutto a trattenere il sorriso. C’erano quasi. Il signor McGregor e il signor Tornatore restrinsero le palpebre.

‹‹E in che consisterebbe questa testimonianza?››

Suo figlio si stava comportando egregiamente. Doveva riconoscerlo: aveva lo spirito dell’avvocato.

‹‹Una cosa da nulla›› spiegò Olivier.

‹‹Unire il vostro più profondo desiderio, quello di vederci accasati, con la nostra visione dei tempi›› terminò Gianni.

Il terzo annuì.

Tutti i genitori tornarono sulla difensiva.

‹‹Petit chou, lo sai che non ci piacciono le risposte sibilline›› disse la signora Boringer.

Il ragazzo sistemò una ciocca di capelli verdi dietro l’orecchio, soppesando le parole.

‹‹Non intendevamo offendervi maman… mesdames, messieurs. Quello che volevamo proporre era posticipare le nozze fino a… data da destinarsi›› i volti scurirono. ‹‹Le nozze naturalmente si faranno, ma l’unico nome di cerimonia che potremmo ora sopportare è: fidanzamento.››

Un luungo fidanzamento, in cui avremo tutto il tempo per escogitare qualcos’altro!

Il signor Boringer si lisciò i baffetti. In un imprecisato momento della sua infanzia, Olivier aveva ravvisato in lui un’inspiegabile somiglianza col ladro Lupin della letteratura; e mai aveva sentito come ora d’averlo fatto a ragione. L’uomo poteva sembrare uno stupido. Non lo era.

‹‹Olivier, figlio mio, abbiamo intenzione di sposarvi subito›› disse. Il suo tono era ingannevolmente dolce.

I tre esaminandi rabbrividirono. Sapevano che c’era lui a monte del progetto.

La vicenda di Sabine insegna.

‹‹E così faremo›› stabilì la signora Tornatore.

Le altre mamme annuirono con sagacia, supportate dai mariti. Ma i loro figli avevano ancora una carta da giocargli contro, una carta acquisita con l’abilità di Andrew.

‹‹Così volete mancare alla parola data?››

‹‹Cosa?!››

Calò un silenzio attonito.

Gianni sogghignò.

‹‹Mi sembra di ricordare che tu avessi promesso di soddisfare la nostra richiesta, mamma.››

‹‹Oui, toi aussi, maman. C’est sûr.››

‹‹And you too, mom›› terminò Andrew, trionfante.

Le facce degli adulti avevano perduto tutta la loro lucentezza. Solo gli uomini mantenevano un alone di dignità, se non si conta il signor Boringer, ovviamente.

Nel vederli in quello stato la nuova generazione non poté che rassegnarsi. Nelle questioni di famiglia sarebbero sempre stati dei pazzi.

‹‹C’est absurde!›› protestò il padre di Olivier.

‹‹And because of a bunch of whores, we’ve lost the battle!›› esclamò la signora McGregor, strappando i guanti di raso. Le altre madri, che capivano perfettamente l’inglese, si voltarono con malagrazia, la collera sui visi imbellettati.

‹‹Come osi?!››

‹‹C’eri anche tu dentro!››

E lo schermo mandò una confusione di colori, di gesti, di schiaffi e borse che volavano, mentre il sonoro era una cacofonia di lingue.

Olivier sedette contro lo schienale, scambiando un’occhiata con gli amici.

‹‹Sì, sono davvero delle donnacce. Ma che volete, dopotutto sono le nostre mamans.››

Gianni sbuffò.

Il parapiglia continuò per qualche tempo. Inaspettatamente, il collegamento fu chiuso. Si guardarono, allarmati.

‹‹…e ora?››

‹‹Maledizione, se li lasciamo da soli a confabulare, non li circuiremo mai!›› imprecò Andrew, colpendo il bracciolo con un pugno.

‹‹Non possiamo farci niente›› rispose Gianni, masticandosi il labbro inferiore. ‹‹Dobbiamo aspettare.››

‹‹…››

‹‹…sì.››

Incrociarono le braccia, le gambe, tormentarono tagliacarte e cuscini, in attesa di un segno divino. L’orologio antico di Ralf ticchettava, immobile sulla scrivania di mogano. Ogni minuto pareva una vita, e più tempo passava, più sembrava loro d’aver perso.

Gironzolarono per la stanza, tenendo d’occhio il telefono. Poi, quando stavano per andarsene, depressi, lo schermo riprese vita. Non ebbero il tempo di mettersi composti. Ognuno rimase congelato nella propria posa, Andrew lungo sul divano, Gianni sul tappeto e Olivier chino sui liquori.

I genitori si erano calmati. Sedevano come prima, molto più disordinati però.

‹‹Abbiamo deciso di accettare la vostra proposta›› annunciò il signor Boringer, parlando con un’espressione sofferente sul volto. Gianni, Andrew ed Olivier batterono cinque. L’uomo sogghignò. ‹‹Nel senso che…››

E indicò il signor McGregor, invitandolo a parlare.

I sorrisi gelarono loro sulle labbra.

‹‹Nel senso che, ragazzi miei, abbiamo convenuto che in fondo non è giusto obbligarvi a sposare qualcuno scelto da noi.›› Stavano per vibrare il colpo, lo sentivano. ‹‹Perciò, molto magnanimamente vi concediamo di scegliere una dama di vostro gusto, rigorosamente fra i nomi dell’alta società. Quando tornerete, vi fidanzerete con lei e la sposerete. Allora avrete la nostra benedizione e il nome di nostri eredi, senza rancore. Nel caso in cui non abbiate trovato nessuno, tuttavia, sposerete le von Fuchs.››

I tre digrignarono i denti.

‹‹E se non accettiamo?››

Un brillio lampeggiò negli occhi degli adulti.

‹‹Se non accettate, lo scotto è lo stesso di prima. Esilio dalle vostre case. A vita›› cinguettò la signora Boringer. ‹‹Pensaci bene, mon petit chou›› fece, rivolta al proprio pargolo, ‹‹In fondo a tua sorella non è andata poi così male.››

‹‹Avete una settimana di tempo.››

‹‹Una quantità di tempo che, a mio parere, offende non solo voi ma anche i nostri nomi.››

‹‹Già.››

‹‹Ma così è deciso.››

‹‹Dunque, accettate?››

La realtà della sconfitta si abbatté sui fuggiaschi.

‹‹…accettiamo.››

 

La semioscurità della stanza ben si adattava al loro stato d’animo. Buttarono fuori l’aria, mogi, ognuno un cane bastonato nel proprio angolino. Laurie entrò per veder Gianni passarsi le mani sugli occhi.

‹‹Ne deduco che non è andata bene?›› chiese timidamente.

Olivier mosse la testa.

‹‹Che carognata›› ringhiò Gianni. ‹‹Che carogne!››

‹‹Brutta cosa aver dei managers annoiati in famiglia.››

‹‹Non avrei mai pensato di dire cose del genere su mio padre o mia madre›› commentò Andrew, troppo stanco per arrabbiarsi. ‹‹Ma sì, mi hanno deluso. In fondo, perché ci dobbiamo sposare ora? Non abbiamo mai mostrato ripulsa per l’altro sesso. Gianni poi è un cascamorto incallito.››

‹‹Hey…››

‹‹Voleva essere un complimento.››

‹‹Allora lascia perdere… quando non sei in vena i complimenti ti escono malissimo.››

‹‹Dovete trovare delle sostitute ai Mostri?›› domandò Laurie, sedendo accanto al piccato Andrew.

‹‹Immaginavo che tu stessi origliando.››

‹‹Mi dispiace. Non l’ho fatto di proposito. Il volume era alto e la porta aperta… Era un invito.››

‹‹Già›› rispose lui, abbozzando un sorriso.

La presenza di Laurie riusciva sempre a distenderlo. Era sempre stato così.

‹‹Almeno Gianni avrà vaste conoscenze in cui navigare per la propria scelta›› osservò Olivier. ‹‹Potremmo cavarci qualcosa anche noi.››

Al biondo scappò una risatina.

‹‹Le ragazze che frequento sono alla mano, ma non di alti natali. Non ho mai pensato niente di serio su di loro. E poi nessuna di loro si sposerebbe alla sua età. Se non vogliamo farlo noi che siamo costretti, figurarsi loro che possono scegliere. Proprio utili conoscenze, nevvero?››

‹‹Ci sarà pure qualcuna…››

‹‹Campa cavallo.››

‹‹Che ci sia o no, dobbiamo provare. Abbiamo una settimana, lo sapete.››

‹‹Che carogne!››

Andarono a dormire a varie riprese. La prima fu Laurie, che uscì tranquillamente; non diede la buonanotte: temeva potesse suonare sarcastica, se non addirittura offensiva. Lo studiolo era popolato di fauni molto suscettibili, immersi in torvi pensieri.

Soltanto Olivier notò la sua sortita e pensò che, probabilmente, nemmeno lei avrebbe avuto sogni lieti.

Scrutò il soffitto, che rifletteva i bagliori del fuocherello - una soluzione antica ma accogliente.

Sarebbe stato così bello il loro soggiorno lì, se non fosse stato per i loro genitori. Se non fossero stati soli.

Era facile dar la colpa agli altri. Avrebbe potuto benissimo continuare ad incolpare le famiglie, ma la verità stava nel mezzo. Sta sempre nel mezzo. Gli adulti avevano dimostrato loro, con questo ricatto, che in fondo erano ancora dei mocciosi; dei mocciosi senza il grande numero di appoggi che credevano di avere.

E gli vennero in mente tanti momenti, tante volte in cui aveva rifiutato piccoli favori, attenzioni gentili e disinteressate, dichiarando orgogliosamente di essere ormai grande. Quanto era stato stupido.

E se fosse stato quello lo scopo dei loro genitori? Far loro capire che non si può diventare ciò che si vuole senza esperienza?

Moriva dalla voglia di chiederlo.

Anzi, l’avrebbe chiesto.

‹‹Andrew, hai mai pensato… che forse… Andrew?›› staccò la testa dal pouf di damasco contro il quale riposava. ‹‹Gianni?››

Il divanetto era vuoto. Due cuscini giacevano a terra, con l’impronta della testa di Gianni. Li rimise a posto, sospirando.

‹‹Non stiamo certo facendo sforzi per sostenerci.››

Quella notte si tirò le coperte fino al mento, infreddolito. Avevano dimenticato di accendere il riscaldamento nelle camere, oppure c’era qualche finestra aperta?

Strizzò le palpebre. Si accorse di vedere meglio di quanto non si aspettasse; dovevano essere circa le quattro, e in montagna il sole sorge di buon’ora. Ma quello che vide d’altro quasi gli fece ingoiare le tonsille.

La porta a vetri che conduceva sul balcone era aperta.

Una folata di vento gonfiò la tenda d’organza. Una persona suscettibile avrebbe potuto già trovarsi dall’altra parte della casa.

Che cosa doveva fare?

Beh, che domande. Il suo lato pratico tornò. Doveva alzarsi e chiudere. Il pensiero di trovarsi davanti uno sconosciuto a quell’ora, però, gli diede qualche legittimo brivido. Brandì Unicol e gettò da parte le coperte.

Raggiunse la porta a passi felpati. Tese la mano verso la maniglia… ma la tenda lo avviluppò. Lottò strenuamente per riacquisire il controllo e, allora, attraverso il vetro vide una persona.

Ma è…

Una mano gli tappò la bocca.

‹‹MMMMF!››

‹‹Sst.››

Si dibatté e agitò, deciso a veder cara la pelle; e, quando un certo volto si abbassò sulla sua spalla, avrebbe voluto uccidere.

‹‹Andrrrrew›› sibilò.

L’amico gli intimò il silenzio e lo lasciò libero, senza aggiungere altro. Né una scusa, né il perché della sua presenza.

Olivier ansimò come… beh, come un cavallo. Unicol sghignazzò rumorosamente.

‹‹Si può sapere che intendevi fare?!››

‹‹E’ Laurie.››

‹‹Uh?››

‹‹Perché si trova fuori? Accidenti, in camicia da notte!››

‹‹E’ quello che mi stavo chiedendo. Sono stato svegliato dal freddo, ho visto la porta a vetri socchiusa e mi sono allarmato. Deve essere entrata e uscita da lì senza che me ne accorgessi… ha dovuto farlo. Questa è l’unica stanza che dia sul balcone est.››

‹‹Forse voleva vedere il sorgere del sole›› mormorò Andrew, frugando nell’armadio.

‹‹…che stai facendo?›› fece Olivier, perplesso.

‹‹Prendo una coperta e gliela porto. Se proprio deve stare fuori, che non si prenda una broncopolmonite. Abbiamo già abbastanza grane!››

Tipico Andrew.

‹‹Magari vuole restare sola.››

L’amico si voltò, una risata sarcastica sulle labbra.

‹‹Magari no.››

‹‹Lo sai, Andrew? Sembri un papà preoccupato quando parli di Laurie.››

Il divertimento di Olivier non passò inosservato, anche se Andrew era impegnato a districarsi dal plaid.

‹‹Perché altra ragione dovrei starle accanto, se non per preoccuparmi di lei?››

Quella frase fece riflettere il francese. Roteò il suo beyblade fra le dita, soppesando le parole. Diavolo, l’aveva fatto un po’ troppo spesso in quegli ultimi giorni.

‹‹Io… non credo che debba esserci per forza una ragione, per stare accanto ad una persona.››

‹‹Che risposta assurda.››

‹‹Non una ragione del genere, intendo.››

‹‹Adesso mi sembri Sabine.›› Gli diede qualche colpetto in testa, come se trattasse con un bambino, e la fronte di Olivier si corrugò. ‹‹Lasciali a lei i discorsi sconclusionati.››

‹‹Mia sorella non fa discorsi sconclusionati, grandissimo maleducato.››

Andrew sogghignò, avviandosi alla portafinestra.

‹‹Oh, ma che ignobile carattere abbiamo sotto quell’aspetto angelico. Farò appunto mentale di non svegliarti mai più nel cuore della notte. Un momento. Non ti ho svegliato io.››

‹‹Laurie non ne ha colpa.››

‹‹Già. E’ una ragazza per bene.››

Olivier lo fissò dritto negli occhi. Ah, ma che importava? In fondo dovevano imparare ad aiutarsi. E per Andrew era meglio cominciare ad accettar consigli.

‹‹Sì. E anche di alti natali.››

Con questo lo spinse fuori e chiuse la porta.

 

Faceva davvero freddo.

Non gli piaceva la montagna.

Camminò fino a Laurie e appoggiò i gomiti sul parapetto, drappeggiandole la coperta sulle spalle.

‹‹Ti ricordi? Anche in Inghilterra, a cinque, sei, sette anni… tu saresti sempre uscita sotto la pioggia, e io ti avrei rincorsa per tutto il perimetro del campo solare, cercando di convincerti a indossare l’impermeabile.››

‹‹Sono dei bei ricordi.››

‹‹Che cosa cercavi, qui?››

Con la punta dell’indice, lei tracciò dei ghirigori sul metallo della ringhiera.

‹‹Dei ricordi.››

Andrew la scrutò – stranamente, Laurie evitava il suo sguardo.

Era diventata davvero bella. Lasciò penzolare la mano sull’appoggio, sconsolato. Ecco, era la prova. La follia gli annebbiava la mente se pensava che Laurie era bella.

Ma, in fondo, perché no? La guardò ancora. Era silenziosa, immersa nel bagno della luce crepuscolare.

La prima immagine che aveva di lei era una bimbetta sdentata che lo salutava dall’altro capo del salone, al loro primo ricevimento… quello che nell’alta società si definiva “debutto”. E che debutto era stato. Quella bimbetta l’aveva innervosito subito. Lui era, già allora, la disperazione dei genitori e dello staff - e aveva ripagato la gentilezza con un dispetto. Laurie bambina aveva due splendide trecce, di cui sua madre andava molto fiera; lui era strisciato di soppiatto fino alla sua seggiola e… zack! Le trecce erano sparite. Dio, quanto casino quella volta.

E poi?

Poi i suoi genitori l’avevano tenuta alla larga per qualche anno. Si eran ritrovati per caso, in una colonia solare - il ritiro elitario nel quale, tra alti e bassi, era finalmente nata la loro amicizia. Da quel momento le cose non era state difficili. Lui, Andrew, aveva acquisito con l’età le maniere di base e una certa fama. Lei aveva convinto la propria famiglia ad acquistare una villa di Londra, il cui pregio principale era quello di sorgere accanto a quella dei McGregor.

Avevano accumulato tanti di quei ricordi, tante di quelle storie da raccontare! Ed era per questo che Laurie era bella.

Lei rappresentava tutto questo.

Pensò al prossimo matrimonio. Una strana sensazione lo prese alla bocca dello stomaco. Parlò, odiando quella sensazione.

‹‹Sei triste.››

‹‹Sì.››

‹‹Perché me lo dici?››

Lei sorrise, e lui fu nonostante tutto sollevato nel vedere che quel sorriso si estendeva agli occhi.

‹‹Non devi essere confuso. Nella pineta avevamo prestato giuramento di esser sempre sinceri.›› Pausa. ‹‹Non te lo ricordi, vero? In fondo non volevi.››

‹‹Certo che me lo ricordo.››

‹‹A-ha. Da quando sei diventato bugiardo?››

‹‹Non sono diventato bugiardo›› sbuffò Andrew, ‹‹Ti dico che ricordo. Ma non voglio rimanere impantanato in un discorso del genere. Sono rimasto perplesso perché le ragazze, di solito, non permettono intrusioni nel loro mondo personale.››

Laurie inarcò le sopracciglia, poi rise.

‹‹Ah, credevo mi conoscessi meglio›› fece, un po’ amareggiata. ‹‹Gianni aveva ragione. Non dovevo fidarmi e prendere quell’elicottero.››

Ed ecco, in quel momento – proprio in quel momento! - il ragazzo avvertì la potente resurrezione dei propri sentimenti. Diede la schiena alla vallata, abbandonandosi contro la ringhiera per non ghermirla.

Ah, accidenti.

Da bambini, deciso che esser amici sarebbe stato più vantaggioso che essere nemici, erano stati molto attaccati. Ogni bambino si innamora un po’ della sua amica maschiaccio. Laurie era stata proprio quello per lui.

Quelli però erano sentimenti infantili, crudeli e possessivi come solo i sentimenti di un bambino sanno essere. La ragazza che ora gli stava a fianco, dolce ma indipendente, aveva presto posto un limite alle loro manifestazioni. Già una volta era stato lì lì per perderla, quando aveva fatto a pugni con un ragazzino solo perché quello le aveva rivolto un complimento.

L’avvenimento datava cinque anni addietro, solo cinque anni. Si vergognava ancora di quella pietra miliare.

Laurie era stata furiosa.

Doveva imparare a controllare il suo carattere, gli aveva urlato. Probabilmente aveva anche pensato di peggio ma, sensibile come sempre, aveva piegato la collera alla moderazione.

E ora, come avrebbe reagito, scoprendo che i sentimenti che l’avevano mosso allora erano soltanto stati ben nascosti, acuendo ogni giorno il livore che sfogava sugli altri?

Chiuse gli occhi, cercando di controllare la voce.

‹‹…dopotutto, è meglio se lasciamo che il passare del tempo ci separi, amico mio. Così potremo conservare solo dei bei ricordi.››

Ma la risposta uscì ugualmente carica di significato.

‹‹Non volevi vedermi?››

Laurie voltò la testa di scatto, arrossata.

‹‹Certo che volevo vederti! E’ proprio per questo che non dovevo venire!›› si mise una mano sulla bocca, abbassando lentamente gli occhi. L’umiliazione la colorò ancora di più.

Andrew tacque, le pupille dilatate.

‹‹Erano mesi, ormai, che non ci sentivamo. Naturalmente sentivo la tua mancanza›› aggiunse lei, ormai sbilanciata. Nuvolette di vapore circondarono il suo viso, soffuso dall’oro dell’alba. ‹‹Ma dovevo trattenermi. Tanto tu ti sposerai e io sono stata soltanto un peso.››

Improvvisamente, lui si sentì arrabbiato.

Molto arrabbiato.

‹‹Questa non è la Laurie che conosco.››

‹‹Ebbene no, non la sono! Sei contento ora?››

‹‹No. Sono solo deluso.››

La ragazza si strinse nella coperta. Andrew era un amico gentile, anche se un tantino imprevedibile, e non le aveva mai scaricato addosso l’acido della sua lingua.

Avrebbe cominciato ora.

Lui invece, fedele alla propria fama, non lo fece.

‹‹Non mi sposerò mai.››

‹‹Mai?››

‹‹Non con uno di quegli orrori.››

Senza accorgersene, scivolarono di nuovo nella loro conversazione-tipo.

‹‹Dovrai. Non farete mai in tempo a ottenere le condizioni per il rispetto dell’accordo preso.››

‹‹La speranza è l’ultima a morire. E questo è un tuo motto.››

Laurie passeggiò un poco sul balcone, per poi appendersi alla ringhiera e inclinare il corpo all’indietro. Respirarono l’aria frizzante. Lei osservò il miracolo della distesa infinita del cielo che si rinnovava, mentre il ragazzo la includeva nel panorama. Non seppe decidere cosa fosse più bello.

‹‹Sto seriamente pensando di cambiar motto, sai? Ormai è fuori moda.››

Quando le braccia di Andrew raggiunsero il parapetto, circuendola da dietro, non reagì. Temeva che, muovendosi, potesse diventare improvvisamente udibile un tamburo battente - il suo cuore.

‹‹Io non direi. Ho appena scoperto che è vero.››

‹‹E cosa ha compiuto il miracolo?››

‹‹Hey… ricorda che qui si sta cercando di piazzare una mossa.››

Come sempre, Andrew riusciva a farla ridere nelle situazioni più impensabili.

‹‹D’accordo. Ma tu spiega.››

‹‹Io Tartan tu Jane?››

‹‹Spiritoso.››

‹‹Ho appena trovato la condizione del patto.››

‹‹Uhm? E chi sarebbe.››

‹‹Tu›› fu la risposta, bassa come non era mai stata.

Laurie emise una risata senza fiato.

Andrew chiuse gli occhi per il sollievo. Non aveva detto di no. Allora, forse, poteva continuare. Magari anche lei voleva sentire il resto.

Spazientito, la cinse con le braccia.

La ragazza s’irrigidì a tradimento.

‹‹Andrew, non scherziamo›› disse, spaventata. ‹‹La persona che sceglierai deve avere determinate qualità, che io assolutamente non possiedo.››

‹‹Io non sto affatto scherzando. Abbiamo entrambi un giuramento alle spalle, o sbaglio? Allora piantiamola una buona volta di mentire e facciamola finita.›› Si abbassò per poterle parlare nell’orecchio, protetto da una massa spettinata di capelli fulvi. Gli girava la testa. ‹‹Io non voglio una persona dalle determinate qualità. Voglio te.››

Laurie credette di svenire. Le stava dicendo… Andrew le stava dicendo quello che aveva sempre sognato. Era troppo bello per portare a qualcosa di buono.

‹‹N-››

‹‹A furia di non pensarci, mi ero quasi convinto di volerti come amica. Cavoli.››

‹‹Ti stai… sbagliando. Lasciami finire! La verità è che vuoi vincere, come sempre. Non puoi accettare di perdere contro tuo padre; devi dimostrargli chi sei. Devi dimostrare a tutti chi sei.››

Si stava facendo del male da sola, lo sapeva; sarebbe stato così facile dire di sì e abbandonarsi all’irragionevolezza dei sentimenti. Ma, proprio per questo, sarebbe stato sbagliato.

‹‹Per questo, tu non vuoi me. Tu vuoi quello che io in quest’istante rappresento: la via più immediata e sicura per la vittoria. Non roviniamo la nostra amicizia per questo.››

Quelle parole piene di saggezza fecero riflettere il ragazzo, che tacque. Quante volte era stato vero! Ma… no, Andrew sentiva che quella volta, per una sola volta, gli ingranaggi delle sue azioni erano mossi da tutt’altri scopi.

‹‹No. Stavolta non è così.››

E lo disse con tale convinzione da fugare ogni dubbio.

‹‹Quello che vedo non è un anello nuziale con tanto di proprietà familiari intestate a mio nome. Quello che vedo sei tu.››

Era forse la prima volta che Laurie gli sentiva dire qualcosa di così romantico.

‹‹Io…››

‹‹Adesso non venirmi a dire che sei povera, che non hai appoggi, blah blah blah. Potresti aprire una banca solo con le tue paghe settimanali e la tua rete di amicizie arriverebbe in Antartide, se ci vivesse qualcuno. Un momento, ci vive qualcuno. Mi porti in vacanza tra i pinguini?››

Suo malgrado, Laurie dovette ridere ancora.

‹‹In Antartide non ci sono pinguini!››

‹‹Come no? Certo che ci sono.››

‹‹Non ci sono.››

‹‹Ci sono.››

‹‹Ti dico di no.››

‹‹Testardo ignorante.››

‹‹Cosa? Si offende? Chi attacca ha paura, miss.››

‹‹Questa è la scena più assurda che si sia mai vista. Io dovrei piangere a dirotto, mentre tu dovresti fare la parte del maschio conquistatore.››

Andrew roteò gli occhi.

‹‹Laurie! Quante volte ti ho detto di smetterla di vedere telenovele! Ah! Sei riuscita a cambiare discorso.››

La strinse di più. Era snella e flessuosa come la ricordava.

‹‹Hai freddo?››

‹‹No. Sto solo cercando di farti accettare.››

Un sospiro.

‹‹Andrew, sii obiettivo. Vuoi soltanto evitare di sposare miss Gerda.››

‹‹Sì, voglio evitare altri incontri con lei. Ma avrei potuto benissimo pescare a sorte una delle amiche di Gianni.››

‹‹Tua moglie deve piacere alla tua famiglia.››

La girò.

‹‹Deve piacere a me. E sì, tu sarai mia moglie, un giorno. Anche se per ora questa parola un po’ mi spaventa.››

Era vicino. Troppo vicino.

‹‹Hai mai pensato che potrei amare un altro?››

‹‹Sì. Mi ci sono roso su degli anni. Però devi ammettere che, alla luce della scenata di poco fa, posso nutrire qualche speranza. Dammi una risposta sincera›› la sua presa fremette. ‹‹Tu sai meglio di chiunque altro quanto mi costi parlare così. Ho sempre odiato rischiare. Ho sempre odiato… aprirmi. E… anche se con te l’ho sempre fatto, dannazione, ti sto dicendo che ti amo!››

Laurie sussultò.

‹‹…perché non mi vuoi rispondere?››

‹‹Non lo so›› sussurrò, posando le mani sul ventre, dove le sue s’incrociavano. ‹‹Forse perché siamo sempre stati amici. Abbiamo un rapporto bellissimo, racchiuso nel mondo Amicizia. Ho paura di perdere tutto questo.››

‹‹Anch’io. Ma sento che si deteriorerebbe comunque, perché non mi basta più. E invece di esser la base per qualcosa di più grande finirebbe in tortura.››

La ragazza annuì impercettibilmente.

Andrew inarcò le sopracciglia, speranzoso.

‹‹Allora? E’ un sì?››

Laurie fece una smorfia che divenne un mezzo sorriso.

‹‹Sei impossibile.››

E, quando meno se l’aspettava, gli mollò un pugno. Andrew crollò a terra, tenendosi la mandibola ed emettendo un verso pietoso.

‹‹Perché l’hai fatto?›› gemette.

‹‹Questo è per avermi fatto aspettare così tanto!›› rispose lei, tornata ad essere quella di sempre. Poi sorrise, correndo ad abbracciarlo.

‹‹E questo è per aver insistito, stupido.››

 

(fine capitolo IV)

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