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Tutti di fila, yeah! Buona lettura.
 
 
 
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Nel magnifico parco di Villa Boringer, quel pomeriggio di giugno, un occhio attento avrebbe potuto scorgere una figura vagare fra i pergolati. Il suo incedere non possedeva nulla di triste o depresso: ricordava una marcia militare.

Era il padroncino di casa, naturalmente.

Rivestito a forza di bianco, angariato da una toeletta forzata, Olivier era riuscito a sgusciar via dalle mani dei suoi carcerieri (mettendone KO qualcuno con l’aiuto di Unicol) dopo molti tentativi. Ora perlustrava il perimetro del parco, soffocando nel dolcevita – che pure era smanicato.

Si sentiva una tigre in gabbia.

‹‹Vogliono che la incontri›› disse, pronunciando ogni parola con uno scatto. ‹‹Vogliono che la conosca. Ma soprattutto, vogliono che mi fidanzi con lei e la sposi! Devono essere matti!››

Sì, in effetti c’erano buone possibilità.

Unicol gli danzò ai piedi, cercando di distrarlo. Olivier lo scavalcò.

‹‹E non è tutto. No, no. Non potranno mai scegliere una ragazza normale! Hanno detto che era alla festa›› un brivido lo scosse. ‹‹Non voglio neanche pensarci!››

Unicol continuò a girargli intorno, disperato. Il ragazzino era grato per il supporto, ma lo sarebbe stato anche di più se il suo beyblade avesse smesso di ronzare come un moscone.

Guardò il cielo, ancora plumbeo. Tutt’intorno i fiori brillavano di pioggia, mentre gli alberi si scrollavano di dosso l’acqua.

‹‹Almeno Sabine ha avuto Max. Mia sorella è sempre stata più sfortunata di me, ma non in questo caso.››

Continuò sul ciottolato, finché non raggiunse un bivio. Visivamente non si notava nulla, perché il bivio era segreto. Difficilmente si sarebbe potuto affermare che, lì, un sentiero secondario si staccava dal principale. Olivier però conosceva i suoi boschetti, così come avrebbe riconosciuto quel mandorlo fra mille. Controllò che Unicol fosse ancora con lui e si addentrò nella boscaglia.

Là dentro, gli animali e le altissime querce custodivano il suo rifugio segreto, un luogo che nessuna telecamera di sicurezza era mai arrivata a riprendere. I suoi genitori ne ignoravano la esistenza – almeno sperava, poiché certezza era una parola molto relativa con quei due in casa. Se, come davano a vedere, non sapevano, allora solo il vecchio architetto di famiglia condivideva con lui il segreto.

Risalì la collina e, finalmente, lo vide.

Il suo padiglione greco.

Olivier era orgogliosissimo della propria creazione. Ai suoi occhi nessun edificio, dopo il complesso dell’Acropoli, poteva eguagliarla. I marmi scintillavano di candore e festoni di fiori delicati cingevano le sue colonne. Il luogo, poi, era una piccola radura, ombrosa e soleggiata al tempo stesso.

Sedette sui gradini, pensieroso.

Unicol nitrì ed uscì dal beyblade, dandogli dei colpetti col muso. Il padroncino lo accarezzò.

‹‹Che cosa devo fare, Unicol?›› brontolò. ‹‹Sono in trappola. Mamma e papà ricordano fin troppo bene come siamo scappati quando si trattava di fidanzare Sabine. Non mi lasceranno mai uscire.››

Gli occhi dell’unicorno scintillarono di malizia. Olivier inarcò le sopracciglia.

‹‹Cosa intendi dire con “non è necessario che lo sappiano”? Lo so che non devono saperlo, grazie, ma tutta la proprietà è tappezzata di telecamere. Un passo falso e mi chiuderanno a chiave in camera.››

Gli occhi del bit beast scintillarono ancora.

Il ragazzino incrociò le braccia. La sua stanza. Cosa c’era nella sua stanza?

‹‹Ma certo! La Ragnatela.›› L’esaltazione fu di breve durata. ‹‹Però i passaggi ruotano tutti intorno alla villa. Non ce n’è uno che esc…››

Ce n’è uno.

‹‹E’ troppo vecchio. Non l’ho più usato da…››

La scelta spetta soltanto a te, padroncino.

Avvertì una scarica d’eccitazione.

Era rischioso, ma si poteva fare. Sapeva come arrivare a quel passaggio. Sbucava in una fontana e perciò ci sarebbero state delle infiltrazioni d’acqua, senza contare la doccia finale, però valeva la pena provare. La fontana era a qualche isolato da casa sua. Scattò in piedi, determinato.

I suoi avi avevano voluto la Rivoluzione Francese. Doveva mantenere la tradizione, in qualche modo.

‹‹Non aspetterò il mio destino con le mani in mano!›› esclamò. ‹‹Tutto, per la libertà!››

Unicol gli saltò in tasca e scesero la collina.

 

Molto lontano da lì, in un campo lasciato a riposo, le eliche di un aeroplano giravano ancora, languide. Gianni scese e baciò terra, molto più devotamente di quanto fece Cristoforo Colombo quando sbarcò in America. Andrew saltò giù dal posto pilota, limitandosi a un profondo sospiro di sollievo.

Il velivolo aveva frenato appena in tempo. La ruota anteriore destra giaceva sospesa su una roggia, larga e profonda. Erano stati fortunati.

Si stesero sull’erba. Lentamente, i loro corpi riacquistarono sensibilità.

‹‹Non eravamo equipaggiati per volare su un aeroplano scoperto›› disse l’italiano, massaggiandosi le tempie. ‹‹Ho preso tanto freddo alla testa che è un miracolo se ho solo l’emicrania. Potevamo restarci.››

Vide che l’amico si sfregava insistentemente le mani.

‹‹Cristo, hai le dita blu!››

‹‹No, stanno tornando normali. Era inevitabile, dovendo tenere il volante. E ringrazio il cielo d’aver avuto indosso i guanti.››

Gianni sbuffò. Lanciò ancora un’occhiata preoccupata alle sue mani e, poi, lasciò perdere. Andrew era capace di badare a se stesso. Sopra di loro, qualche nuvoletta splendente macchiava l’azzurro liquido del cielo.

Era bello stare lì al sole, tranquilli, rilassati, indisturbati.

‹‹Dove saremo?››

‹‹La cartina è volata via durante l’atterraggio. Mi spiace.››

‹‹Chi se ne frega della cartina, l’importante è che siamo ancora vivi per chiedercelo.››

Andrew sorrise.

‹‹Giusto.››

Poi si guardarono bene. I loro occhi divennero grandi come palle da biliardo - scoppiarono a ridere, additandosi a vicenda.

‹‹Hey, che hai da ridere?!›› esclamò Gianni.

L’altro mostrò i denti.

‹‹Che hai da ridere tu?! Sembri una salamandra appena cotta!››

‹‹Cosa?! Io, una salamandra? Hai già dimenticato chi ha una lucertola per bit-beast? E se io sembro una salamandra, allora tu sei Amphisphena! Ecco, siete propri dello stesso colore.››

Si guardarono in cagnesco, pronti alla battaglia, poi le parole acquistarono significato. Gianni spulciò nelle tasche ed estrasse l’infallibile Specchio delle Brame.

‹‹No!›› gemette. ‹‹No! Sono scottato! Bruciato!››

Andrew glielo strappò di mano. Sarebbe impallidito… se solo fosse stato possibile.

‹‹Tu almeno vivi sul Mediterraneo, hai la pelle abituata›› mise insieme.

‹‹Sì, ma sono biondo. Biondo. Così sembrerò un emigrato tinto di platino!››

E a quella frase, l’inglese non poté non scoppiare a ridere.

‹‹Non ce niente di divertente›› rimbeccò l’amico. Incrociò le braccia, depresso, e stava per ributtarsi sulla schiena quando scorse qualcosa in fondo al campo. Era una persona.

Che si sbracciava nella loro direzione.

‹‹Guarda.››

‹‹Uh?››

Un uomo li raggiunse al trotto. Indossava una salopette tutta unta e, dalla chiave inglese che impugnava, si sarebbe detto un meccanico. Li squadrò ben bene, senza animosità, e si grattò la folta barba brizzolata.

‹‹Ragazzi, va tutto bene?››

Aveva un forte accento bretone.

‹‹Sì.››

‹‹Sapete di chi è questo aeroplano?››

‹‹Ma certo: è nostro.››

Il tipo parve colto alla sprovvista, ma annuì senza obiettare. Poi guardò il velivolo.

‹‹E’ un po’ ammaccato. Non potete ripartire.››

‹‹E chi ha intenzione di ripartire?›› commentò Gianni, strappandogli un sorriso.

‹‹Volo amatoriale?››

‹‹Diciamo obbligato›› rispose Andrew, raccattando le loro cose. ‹‹Scusi se le abbiamo rovinato il campo. Non potevamo più proseguire.››

‹‹Oh, il campo non è mio. Io ho soltanto l’officina del paese. Ecco, vedete quel capannone laggiù?›› Con la mano pelosa indicò un caseggiato grigio, piuttosto lontano. ‹‹Stavo lavorando quando un rombo ha scosso tutte le pareti, e mia nipote ha gridato che un aereo stava precipitando sul campo del vecchio Joachim.››

‹‹Può dirci dove siamo?››

‹‹A Les Pêcheurs sur l’Eure. Un paesino a sessanta chilometri dalla banlieue parigina.››

I due si scambiarono un’occhiata.

‹‹E potrebbe consigliarci un modo per arrivarci?››

‹‹Certamente!›› rise il meccanico. ‹‹Ci sono gli autobus di linea e il treno. Ma ora venite, sarete affamati. Potete riposarvi un po’ nel mio capannone; mia nipote vi saprà dire di più.››

Lo seguirono di buon grado.

‹‹E l’aereo?›› chiese Gianni, sottovoce.

‹‹Che te ne vuoi fare?››

‹‹…già. E’ che mi spiace. Dopotutto è un gran bell’aeroplano.››

Andrew sospirò, ma non si volse indietro. Non era così sentimentale.

Il capannone sorgeva al limitare di uno spiazzo assolato, racchiuso da fienili e vecchie rimesse. Il chiasso delle cicale copriva ogni altro rumore. Notarono un mucchio di rottami e, accanto all’entrata dello stabile, tre cucce. Il meccanico fischiò.

Un concitato abbaiare precedette tre cani grandi come orsi, che voltarono l’angolo, inseguiti da una ragazzina.

‹‹Aspettatemi, birbanti!›› ansimò la nuova arrivata, cadendo in ginocchio. I cani invece puntarono al padrone, un’espressione ilare sul muso.

‹‹Sono Terranova!›› esclamò Gianni, accarezzandone uno. ‹‹Dei bellissimi Terranova.››

Andrew adocchiò la bava che colava dalla bocca delle bestie.

‹‹Sì, davvero stupendi.››

Poi vide che l’amico s’irrigidiva. Non fu difficile leggere sul suo volto le avvisaglie del Grande Latin Lover.

‹‹E quello è uno stupendo esemplare di razza umana.››

‹‹Charlotte›› diceva il meccanico, ‹‹non ci crederai, ma quell’aeroplano era pilotato da questi due ragazzi. Niente male, eh? Dovresti farti dare qualche lezione da loro.››

La creatura si rialzò, scrollò via un po’ di terriccio dai jeans logori e venne verso di loro, sorridente. I suoi capelli erano una massa cespugliosa, tenuta indietro da due piccole trecce.

‹‹Davvero volavate da soli?!›› esclamò, facendo per afferrare le loro mani.

Gianni però raccolse le sue con una mossa fulminea.

‹‹Certamente!›› cinguettò, dilatando gli occhioni azzurri. ‹‹Mademoiselle, abbiamo vissuto mille avventure su quel meraviglioso aeroplano! Tempeste, gelo, fughe precipitose…››

‹‹Vertigini›› aggiunse Andrew.

‹‹Eh eh, ehm… anche…››

‹‹E’ meraviglioso›› disse la ragazza. Strinse gentilmente le sue mani, e lui la lasciò andare a malincuore. ‹‹Come avrete capito, io sono Charlotte. E questo è il mio zione, Albert. Voi, invece? Quali sono i vostri nomi? E cosa vi porta in questo paese sperduto?››

‹‹Abbiamo dovuto effettuare un atterraggio di fortuna. In ogni caso, il mio nome è Andrew. E lui è…››

‹‹Gianni, per servirvi, mmmademoiselle!›› esclamò l’amico, baciandole la mano. Le guance della ragazza si tinsero di rosa.

Ok, era ufficiale: questo lato di Gianni proprio non poteva imparare a sopportarlo. Perché doveva fare il cascamorto con qualsiasi cosa respirasse? Andrew sentiva improvvisamente il bisogno di vomitare. Si mise una mano davanti alla bocca, fingendosi assorto.

‹‹Volevano arrivare a Parigi, Charlotte›› disse lo Zio. ‹‹Puoi aiutarli?››

‹‹Volentieri.››

‹‹Allora io torno al lavoro.››

E scomparve nel capannone, da dove proveniva un forte odore di lubrificanti. Charlotte li condusse in paese, dove, inaspettatamente, entrarono in un bel ristorante. Fecero per sedersi, ma lei rise.

‹‹Venite, non qui›› e li introdusse nelle cucine. Lì una porticina dava su un bel giardino, con un tavolo coperto da un ombrellone giallo.

Diede loro una limonata e si scusò.

Dieci minuti dopo tornava con una pila di orari. C’era l’orario dei treni, degli autobus, un vecchissimo orario del tram che nemmeno più attraversava il paese e vari depliant di taxi. Scaricò tutto sul tavolo, sbuffando.

‹‹Accipicchia, questo pomeriggio fa un caldo.››

‹‹Hai ragione›› concordò Gianni.

La ragazza, più giovane di loro sì e no di due anni, s’asciugò i palmi delle mani sulla maglietta e prese a sfogliare febbrilmente il primo libretto che capitò a tiro.

Andrew sorbì tranquillamente la sua limonata. Pur vedendolo tanto calmo, Gianni sapeva che la sua mente lavorava senza sosta.

‹‹Ecco›› esclamò Charlotte, puntando il dito su un mucchio di lettere illeggibili. ‹‹Qui dice che alle cinque e tre quarti c’è un treno per Parigi. Binario 1, l’unico esistente. Mi spiace, il treno non è un diretto… purtroppo nei paesi piccoli è così.››

‹‹Non importa.››

‹‹Non volete che guardi gli autobus? O i taxi, magari. Arrivereste molto più rapidamente.››

Gianni scosse la testa.

‹‹Preferiamo il treno. I taxi son troppo cari e, al momento, siamo carenti di moneta liquida.››

Dio, non credeva che un giorno avrebbe dovuto dire così. L’unica carta di credito che possedevano era volata via chissà quando e, ora che ci pensava, doveva andare a bloccarla.

Andrew annuì.

‹‹Capisco›› fu la risposta imbarazzata di Charlotte. ‹‹Allora vada per questo treno. Aspettate, corro a prendere carta e penna; vi segnerò le stazioni dove dovrete cambiare.››

‹‹Sei molto gentile›› sorrise Gianni, e lei arrossì.

L’inglese gettò la testa all’indietro, dondolando sulla seggiola. Un trillo di uccelli riempiva l’appartato giardino.

‹‹Un posticino davvero tranquillo.››

‹‹Vero.››

 

Passò mezz’ora. Charlotte non tornava.

Andrew, diffidente di natura, dovette sforzarsi per tener sotto controllo i sospetti. Dopotutto le braccia dei loro genitori erano lunghe. E chissà quali e quanti modi avrebbero potuto escogitare per incastrarli. Di una cosa era certo: non era mai stato tanto arrabbiato con loro.

Charlotte invece tornò, fresca, rosea e inguainata in un vestito giallo tarassaco. Uh oh. Seduzione in atto.

Porse loro un biglietto con scritte tutte le indicazioni, ma tu guarda la sua manina virò verso Gianni. Poi sorrise ad Andrew e fece loro cenno di seguirla.

‹‹Ho una sorpresa per voi.››

Li condusse a ritroso del percorso d’andata, fermandosi nella grande sala da pranzo. Era deserta. Il paesino faceva la siesta, cullato dal rumore delle cicale. Notarono una tavola apparecchiata.

‹‹Wow›› esclamò Gianni, fregandosi le mani.

Charlotte non poté che sorridere.

‹‹Vi ho preparato uno spuntino.››

Effettivamente, non mangiavano da quella mattina.

‹‹Ma non possiamo accettare›› disse Andrew, ‹‹Abbiamo giusto qualche spicciolo e non voglio contrarre debiti.››

La frase poteva suonare scortese, ma la ragazza capì.

‹‹Non dovete preoccuparvi. In fondo, anch’io ci guadagno qualcosa. Avete animato la mia giornata e potrò, se vorrete, ascoltare le vostre peripezie. Questo è per me molto prezioso! Qui non succede mai niente.››

Sorrise, solare.

‹‹Certamente›› rispose Gianni, fulminando l’amico con un’occhiata. ‹‹E saremo più che felici di accettare.››

‹‹Evviva!››

Da quel momento sulla tavola si avvicendarono olive, tramezzini, paté di foie-gras e un enorme cesto di frutta che non riuscirono neanche a dimezzare. Charlotte stessa dimostrò un appetito da falegname. Era, del resto, una campagnola.

Le riassunsero gli eventi degli ultimi due giorni; evitarono nomi e particolari, ma lei parve ugualmente impressionata. Credette loro senza batter ciglio. Li aveva visti atterrare con l’aereo, perché non avrebbe dovuto?

Finito di mangiare spiluzzicarono davanti alle ampie finestre aperte, in attesa dell’ora di partire. Il ristorante dava sulla via principale, una stradina a corsia unica dove transitava una macchina l’ora. Il frinire degli insetti sovrastava ogni cosa, ipnotico.

Charlotte accese il televisore, appeso al muro, mentre Gianni riposava posandole la testa in grembo. Ad un certo punto sentì la ragazza trasalire.

‹‹Guardate!››

I due lo fecero… e sbiancarono. Era il telegiornale.

E il telegiornale trasmetteva un inconfondibile primo piano della faccia di Olivier.

‹‹…il famoso beyblader e cuoco Olivier Boringer è scomparso stamattina dopo una festa di gala tenuta nell’illustre casa paterna. I genitori e il personale si sono accorti della sua scomparsa alle undici e trentacinque. E’ questione della massima importanza ritrovarlo, dal momento che, come asseriscono i dottori, il ragazzo stava rapidamente perdendo la facoltà di intendere e di volere. Si vocifera di tentato avvelenamento, fatto che avrebbe causato in lui lo shock e l’avrebbe indotto alla fuga.›› Gianni ed Andrew inarcarono le sopracciglia. ‹‹E’ possibile che si accompagni a questi tre ragazzi.››

Lo schermo mandò i loro volti, più quello di Ralf.

Andrew deglutì.

‹‹Gianni Tornatore›› la foto cambiò, ‹‹Andrew McGregor›› la foto cambiò ancora, ‹‹e Ralf Iurgens. Questi tre ragazzi sono molto famosi per aver conseguito, insieme al signorino Olivier, i primi quattro posti al campionato europeo di beyblade, dove poi rifiutarono di formare una squadra. Gianni Tornatore, in particolare, è amico d’infanzia del signorino Olivier…››

Seguirono altre inutili informazioni e una lacrimosa intervista, in cui i genitori di Olivier lo supplicavano di tornare a casa.

Poi il servizio terminò.

‹‹Non hanno perso tempo›› fu l’unico commento di Andrew.

‹‹Dunque hanno fatto di Vier un pazzo con manie di persecuzione in fuga, e noi suoi complici? Devi ammetter che è ingegnoso. Così avremo alle calcagna non soltanto i cacciatori di ricompense, ma anche la polizia!››

Charlotte spense meccanicamente il televisore. Di colpo si rammentarono della sua esistenza.

‹‹…Ci tradirai?››

La ragazza li fissò, un po’ scossa.

‹‹No.››

‹‹Davvero?››

‹‹Non ne ho la minima intenzione. Mi avete raccontato le vostre ragioni. Io le trovo giuste! Perciò non solo vi coprirò, ma vi darò anche il denaro per raggiungere un luogo sicuro.››

Respirarono di sollievo.

‹‹La Germania›› esclamò improvvisamente Andrew. ‹‹Ralf è l’unico che può salvarci. Il suo maniero è inespugnabile!››

Gianni annuì.

‹‹Non c’è un minuto da perdere. Non siamo poi tanto lontani da Parigi.››

 

La mattina dopo, anche se un po’ in ritardo, Ralf si ritrovò gli European Dream in salotto. E questo per ribadire che aveva sempre ragione.




(fine capitolo II)
 
 

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